
Mio figlio ha crisi d’ansia o panico: cosa dire (e cosa NON dire) per non farlo sentire solo
Quando un figlio va in crisi — il respiro accelera, lo sguardo si perde, il corpo trema — anche il genitore va in crisi. Non sempre fuori. Ma dentro, sì.
Molti genitori mi dicono: “Temo di sbagliare parola. Ho paura di peggiorare le cose.” E così, per protezione, finiscono a dire frasi come: “Calmati, non è niente...”, “Forza, respira, reagisci...”, “Stai esagerando, passa in un attimo...”
Intenzione buona, effetto opposto: chi vive panico non si calma, ma si sente incompreso e ancora più solo.
Nel Metodo ARCA, ai genitori non insegno a “gestire” l’attacco di panico del figlio. Insegno a stare, senza forzare.
Perché quando arriva il panico, la cosa più terapeutica non è dire qualcosa di giusto — è esserci, in modo chiaro e stabile.
Durante una crisi, più parole ci sono, più aumenta il rumore interno. Per questo, puoi provare questa unica frase semplice, che non spinge, ma contiene:
“Ti vedo. Ci resto con te. Possiamo aspettare insieme.”
Niente “calmati”, niente “respira”, niente “devi”. Solo una presenza che non corre via e non forza la ripresa immediata.
Per molti ragazzi, questa è la prima volta che sentono di non dover “rientrare subito in controllo” per valere.
Se queste parole ti risuonano e ti chiedi “Come possiamo affrontare tutto questo insieme, senza sentirci soli?”, il Metodo ARCA accompagna proprio genitori e figli nel dare senso a ciò che sta accadendo, uno step alla volta.
Per accedere al percorso: scrivi “ARCA” in privato. Ti risponderò personalmente per fissare il primo colloquio, in studio o online.
